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Ambasciator non porta pena, Israele (Editoriale di Ban Ki-moon sul New York Times)

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2 feb - In Israele e nei territori palestinesi occupati, il 2016 è iniziato così come si è concluso il 2015, con un livello di violenza inaccettabile e un discorso politico polarizzato. Questa polarizzazione si è manifestata la settimana scorsa nelle sale delle Nazioni Unite quando ho fatto notare una semplice verità: la storia dimostra che i popoli opporranno sempre resistenza all’occupazione.

Alcuni hanno cercato di dare a me la colpa, distorcendo le mie parole in una errata giustificazione alla violenza. Gli accoltellamenti, la distruzione dei veicoli, e altri attacchi condotti dai palestinesi verso target israeliani sono riprovevoli. Come sono riprovevoli l’istigazione alla violenza, e la glorificazione degli assassini.

Niente giustifica il terrorismo, e io lo condanno categoricamente.

È inconcepibile però pensare che le misure di sicurezza da sole fermeranno la violenza. Come ho riferito al Consiglio di Sicurezza la settimana scorsa, la frustrazione e il malcontento dei palestinesi stanno crescendo sotto il peso di quasi mezzo secolo di occupazione. Ignorare questa verità non risolverà il problema.

Nessuno può negare che la realtà quotidiana dell’occupazione comporti rabbia e disperazione, che sono le principali cause di violenza ed estremismo, e indeboliscono ogni speranza di una soluzione negoziata fondata sulla coesistenza di due Stati.

Gli insediamenti israeliani continuano ad espandersi. Il governo israeliano ha approvato piani per più di 150 nuove abitazioni in insediamenti illegali nelle zone occupate della Cisgiordania. Il mese scorso, 370 acri in Cisgiordania sono stati dichiarati “terra di stato,” una qualifica che porta normalmente all’uso esclusivo di Israele come terra coloniale.

Allo stesso tempo, migliaia di case palestinesi in Cisgiordania rischiano di essere demolite a causa di ostacoli che, pur sembrando legali sulla carta, sono in realtà discriminatori nella pratica. I palestinesi, in particolare i giovani, stanno perdendo le speranze di fronte a quella che sembra una occupazione dura, umiliante e senza fine. Gli israeliani stanno vacillando sotto il peso di attacchi mortali e stanno perdendo di vista la possibilità di una pace completa con i palestinesi.

Insieme con gli Stati Uniti, l’Unione Europea e la Russia, le Nazioni Unite invocano cambi sostanziali nelle politiche internazionali per rafforzare i pilastri economici, istituzionali e di sicurezza dell’Autorità Palestinese. Stiamo collaborando con i paesi arabi nella regione per ottenere il supporto che entrambe le parti necessitano per portare pace e sicurezza in Israele e Palestina.

Continuiamo a lavorare con Israele e con l’Autorità Palestinese per ricostruire Gaza e prevenire un altro conflitto devastante, e per incoraggiare i palestinesi a muoversi verso una vera riconciliazione nazionale. Ovviamente, un accordo duraturo tra Israele e Palestina richiederà compromessi difficili tra capi di governo e popoli, da entrambe le parti. Le autorità israeliane devono sostenere in modo inequivocabile l’Autorità Palestinese e le istituzioni palestinesi. Questo richiederà notevoli cambi nelle politiche nei confronti della Cisgiordania e di Gaza, senza però trascurare le legittime preoccupazioni di Israele in materia di sicurezza.

I primi passi possono partire dall’offerta di un alloggio, acqua, energia, comunicazioni, agricoltura e accesso alle risorse naturali. In particolare, occorre ottenere l’approvazione immediata dei piani proposti dalle comunità palestinesi nell’Area C della Cisgiordania, attualmente sotto il controllo israeliano, che consentiranno di far partire investimenti per lo sviluppo.

Da parte loro, i palestinesi devono accettare compromessi politici per portare Gaza e la Cisgiordania sotto un’unica autorità di governo democratico che governi secondo i principi delineati dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Ciò comporta anche una denuncia ferma e costante del terrorismo e l’adozione di misure preventive per porre fine agli attacchi contro Israele, inclusa l’interruzione immediata della costruzione di tunnel a Gaza.

Mi opporrò sempre a coloro che non riconoscono a Israele il diritto di esistere, così come mi schiererò sempre a favore del diritto dei palestinesi ad avere un proprio stato. Per questo temo che ci stiamo avvicinando a un punto di non ritorno per la Soluzione dei due Stati. E mi allarmano i commenti di alcuni alti rappresentanti del governo israeliano che suggeriscono di abbandonare del tutto quest’obiettivo.

Questa situazione di stallo comporta gravi rischi per entrambe le parti: una continuazione dell'ondata mortale di terrorismo e uccisioni; il collasso dell’Autorità Palestinese; un maggiore isolamento e pressione internazionale su Israele; e una corrosione del fondamento morale delle società israeliana e palestinese, sempre più assuefatte al dolore della controparte.

Critiche contro le Nazioni Unite, o attacchi personali contro di me, costituiscono parte naturale del nostro lavoro. Tuttavia, quando preoccupazioni sincere nei confronti di politiche dannose o miopi provengono da così tante fonti diverse, inclusi gli alleati più vicini a Israele, non è sostenibile continuare a reagire violentemente contro ogni critica costruttiva e benintenzionata.

Tutti noi siamo liberi di scegliere cosa ci piace e non ci piace dei vari annunci e discorsi. Ma è arrivato il momento per gli israeliani, i palestinesi e l’intera comunità internazionale di prestare attenzione ai segnali che indicano che lo status quo attuale non è sostenibile. Mantenere una popolazione in uno stato di occupazione indefinito mina alle fondamenta la sicurezza e il futuro degli israeliani, come dei palestinesi. 

Leggi l'Op-Ed in inglese qui

SDG Poster 2018 2

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