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Giornata Internazionale del Jazz 30 aprile - Intervista al pianista e compositore Carlo Mezzanotte

CarloMezzanotte

29 apr - In occasione della Giornata Internazionale del jazz (30 aprile), abbiamo il piacere di ospitare il contributo di Carlo Mezzanotte, pianista, compositore ed educatore di lunga esperienza.

Carlo, tu vivi a Roma, che fin dagli inizi è stata uno dei centri più vivi del jazz italiano. Come hai vissuto l’evoluzione degli ultimi decenni, e come vedi l’attuale situazione del jazz in Italia?

Se poniamo la questione da un punto di vista strettamente artistico, il jazz in Italia si è sempre espresso a livelli molto alti, con musicisti di statura internazionale, un grande entusiasmo creativo, una buona capacità propositiva per iniziative come festival e scuole, e un buon riscontro di pubblico. Ovviamente anche il jazz ha risentito di quella grande crisi economica, ma anche sociale e culturale, che ha colpito tutto il mondo occidentale da qualche anno. Tuttavia, i segnali di quest’ultimo periodo sono incoraggianti; diversi palcoscenici nuovi per ascoltare la nostra musica stanno sorgendo ad opera di imprenditori coraggiosi, e i giovani talenti ricominciano ad avere degli sbocchi per farsi conoscere.

Pensi che esista una connotazione stilistica propria del jazz italiano?

Mah, il rischio è sempre di generalizzare perché ogni artista è diverso, ma si potrebbe dire, a rischio di essere banali, che il jazz italiano è caratterizzato da un forte senso melodico, ovvero da una prevalenza dell’aspetto melodico sugli altri elementi costitutivi della musica come per esempio la densità polifonica. Ascoltando grandi jazzisti italiani come Enrico Pieranunzi, Enrico Rava o Paolo Fresu questa sensazione è evidente. Del resto, si può dire lo stesso anche del Barocco italiano del cinquecento e seicento, se lo paragoniamo al Barocco dell’Europa centrale!

Oggi il jazz si insegna nelle scuole e nei Conservatori, e qualcuno dice che ciò ha tolto qualcosa all’immediatezza e all’individualità che caratterizzano questa musica. Qual è il tuo parere?

La risposta è duplice. Da una parte, oggi al jazzista si richiede una preparazione solidissima, in quanto a tecnica, lettura, teoria, armonia, conoscenza degli stili, etc.; quindi è chiaro che i programmi di una scuola, se ben organizzati, possano aiutare. D’altro canto, allo studente/musicista deve essere sempre fatto presente che la preparazione tecnica e teorica non basta per sviluppare una propria individualità, specialmente nel jazz che è basato in gran parte sulla creazione spontanea. Quindi lo studente non si deve aspettare dalla scuola di essere totalmente formato, e meno che mai motivato, senza che vi sia anche una ricerca personale; la scuola va presa come un punto di partenza – o, nel caso di giovani musicisti con una personalità già delineata, come un’occasione per integrare la propria tavolozza musicale, e colmare eventuali lacune.

Come musicista con una lunghissima esperienza didattica in diverse scuole “storiche” romane (St. Louis, Testaccio), come vivi la responsabilità dell’insegnante di jazz?

E’ davvero molto, molto grande. L’educatore generico ha già una enorme responsabilità, quello artistico ancora di più, e chi insegna un’arte così elusiva come l’improvvisazione deve possedere non solo una preparazione vastissima, ma anche l’apertura mentale necessaria per osservare le attitudini di ciascun allievo e cambiare parzialmente il proprio approccio se necessario. Non c’è un solo modo per andare dal punto A al punto B o C, e l’insegnante maturo lo sa. Direi che deve essere disposto, letteralmente, a imparare dall’allievo come insegnargli, costruendo a partire da quello che già conosce.

E i musicisti che escono dalle scuole, che tipo di situazione lavorativa si possono aspettare?

Attualmente, non buonissima, purtroppo, anche se come dicevo, la situazione sembra essere in via di miglioramento. Premettiamo comunque che non tutti portano a termine gli studi, e tra quelli che lo fanno non tutti sviluppano la necessaria individualità per presentarsi come solisti. Ma anche tra quelli che lo meriterebbero, spesso manca quella connessione con qualche nome di richiamo, che oggi è praticamente il solo modo per farsi conoscere ad un pubblico più vasto. E perfino superando quest’ultimo ostacolo, oggi purtroppo gli spazi per esprimere la propria proposta musicale sono estremamente ristretti.

E’ una situazione prettamente italiana, o è diffusa a livello globale?

Si tratta senz’altro di una situazione globale, ma in Italia, che peraltro non manca certo di grandi musicisti, si è fatta sentire più duramente. I motivi sono molteplici: prima di tutto la crisi economica, che ha ristretto il budget che ciascuno può dedicare all’ascolto o all’acquisto di musica, e ha così costretto molti storici luoghi del jazz a riconvertirsi o a chiudere; la mancanza di offerta culturale da parte dei media, che ha condotto l’ascoltatore medio a considerare poco fruibile qualunque genere musicale che non corrisponda a certi criteri di commerciale piattezza; infine la caduta verticale dell’industria discografica, che da noi, in un’economia precaria, è ancora più difficile da contrastare.

Quindi la situazione lavorativa per un jazzista è migliore, diciamo, nel Nord Europa?

Direi senz’altro di sì – anche se i miei amici musicisti del Nord Europa si lamentano lo stesso! E’ vero che la situazione è andata degradando in tutta Europa e perfino negli USA, patria del jazz; ma non quanto da noi. In Scandinavia, nel Benelux, in Francia, esistono ancora sovvenzioni pubbliche per concerti e festival, e le persone hanno qualche soldo in più da spendere per assistere ai concerti. Inoltre direi che c’è una maggiore affezione per la musica come tale, cioè come valore artistico a sé, anziché come puro intrattenimento. Forse, in Italia diversi decenni di televisione commerciale, nonché la folle corsa della tv pubblica ad imitare quella commerciale, hanno contribuito ad abbassare il livello generale di attenzione culturale, oltre a quello percettivo.

Secondo te è una situazione reversibile?

A livello generale non saprei, ma intorno a me vedo una voglia grandissima, quasi feroce di tornare a fare ed ascoltare musica di qualità, e il jazz può essere un veicolo importante per un cambiamento in questa direzione. Molte delle persone che vengono esposte a questo tipo di musica se ne innamorano, attratte dalla spontaneità, la complessità, la sensualità, e la misteriosa, telepatica intesa che unisce i musicisti sul palco. Una musica che non si presenta già ‘confezionata’, ma che invece è continuamente cangiante, con curve ed invenzioni che nascono dal feeling del momento.

Oltre al jazz, tu operi in molti altri ambiti musicali: classica, elettronica, rock, etnica, composizione per immagini…come riesci a conciliare questi mondi espressivi così diversi?

Innanzitutto, non credo sia sempre necessario conciliarli! Se sei padrone del linguaggio e dei tecnicismi di un determinato genere, puoi agire entro quei limiti senza preoccuparti d’altro. Detto ciò, tentare ibridazioni e contaminazioni è sempre stimolante, ed è in fondo nella natura stessa delle origini del jazz, che nasce proprio dalla “contaminazione” di varie musiche di origine africana prima fra di loro, e poi con gli strumenti della tradizione occidentale. In seguito vi sono state molte altre influenze ed “innesti”, come quello delle musiche latino-americane, delle varie tradizioni etniche, del rock e così via. Molti vorrebbero cristallizzare la storia del jazz in un periodo od un altro, ma in fondo è una musica che si è sempre nutrita di stimoli diversi, e cercare di bloccarla in uno stile unico sarebbe come privarla della sua linfa vitale.

Ma fra tutti i mondi musicali che frequenti, ne esiste uno a cui non potresti mai rinunciare?

Certo: il jazz, senza alcun dubbio.

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