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Giornata Internazionale dei Peacekeeper ONU - 29 maggio: Intervista al Professor Paolo Foradori

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26 mag - In occasione della Giornata Internazionale dei Peacekeeper ONU, che si celebra il 29 maggio, ospitiamo il contributo di Paolo Foradori, Professore Associato di Scienza Politica presso la Scuola di Studi Internazionali dell’Università di Trento.

In questi ultimi mesi si è parlato molto di ‘peacekeeping culturale’ e di ‘Caschi Blu della Cultura’. Di cosa si tratta esattamente?

In realtà è qualche anno che se ne discute, ma l’attacco sistematico e senza precedenti da parte dell’ISIS al patrimonio culturale in Iraq, Siria e ora anche in Libia ha reso il problema una priorità assoluta. Ricordo che il Segretario-Generale dell’ONU già nel 2014 parlava della protezione del patrimonio culturale come di un ‘imperativo politico e di sicurezza’. In risposta alla furia iconoclasta dell’ISIS, uno degli strumenti che la comunità internazionale ha deciso di mettere in campo per rafforzare la ‘Convenzione per la protezione dei Beni Culturali in caso di conflitto armato’ (1954) è stata l’inclusione di una componente culturale nei mandati delle operazioni di peacekeeping e la creazione di Task Force nazionali di esperti in questo settore che possano essere schierate rapidamente nei teatri di crisi. Questa strategia di azione è contenuta in una risoluzione proposta dall’Italia e approvata dalla Conferenza Generale dell’UNESCO nel novembre 2015. In breve, accanto agli obiettivi strettamente politici, militari e umanitari tipici di una tradizionale missione di peacekeeping si vuole ora aggiungere la tutela e il rispetto del patrimonio culturale del paese di intervento, sapendo che una pace durevole non può prescindere dalla protezione e valorizzazione della cultura.

Ma perché il patrimonio culturale è oggi oggetto di distruzione?

Il fenomeno è molto antico. Il saccheggio e la distruzione dei beni culturali del nemico sconfitto in guerra sono stati per secoli una pratica normale; pensiamo alle razzie dei tesori d’arte da parte dell’Impero romano, dei Crociati, di Napoleone o di Hitler durante la Seconda Guerra Mondiale. L’iconoclastia è una caratteristica distintiva anche delle cosiddette ‘nuove guerre’, tipiche dello scenario internazionale post-Guerra Fredda. Queste sono principalmente guerre civili, che scoppiano a causa della disintegrazione dello stato e della lotta per il potere tra opposte fazioni e gruppi non-statali. Inoltre, sono per lo più conflitti identitari, in cui è preponderante la dimensione etnica e religiosa del conflitto. Se la cultura è un’espressione dell’identità, non sorprende allora che il patrimonio culturale sia diventato un obiettivo diretto e deliberato nelle guerre contemporanee, dai Balcani all’Iraq, dalla Cambogia all’Afghanistan, dal Mali alla Siria, alla Libia. Da questo punto di vista, gli attacchi dell’ISIS ai beni artistici e architettonici di Mosul, Ninive, Nimrud, Khorsabad, Hatra e Palmira non sono spiegabili come un atto vandalico casuale e irrazionale. Si tratta invece di una strategia ben organizzata e intenzionale per la creazione, consolidamento e progressiva espansione del Califfato. Questo obiettivo viene raggiunto attraverso l’affermazione di una ideologia radicale e l’imposizione di un dominio assoluto sulla popolazione del territorio conquistato, compreso il contesto sociale e culturale in cui tale popolazione vive. Si vogliono eliminare fisicamente e culturalmente le comunità diverse o ostili, soggiogando i sopravvissuti dopo averli privati delle loro identità individuali e collettive. Il fine ultimo è distruggere il passato del nemico per privarlo del futuro. Come ha detto il Direttore Generale dell’UNESCO Irina Bokova si tratta di una pratica di ‘cultural cleansing’. Inoltre, dal saccheggio e dal traffico illegale dei beni culturali, l’ISIS ricava cospicue risorse per finanziare le proprie attività militari e terroristiche.

A che punto siamo nella pianificazione del peacekeeping culturale?

Siamo ancora in una fase preparatoria, ma abbiamo già il precedente importante e positivo dell’operazione ‘United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali’ (MINUSMA) che includeva un mandato di protezione dei siti culturali in collaborazione con l’UNESCO. Un fatto molto rilevante è stato la recente creazione della prima Task Force nazionale da parte dell’Italia, che il nostro paese ha messo a diposizione delle Nazioni Unite per intervenire a difesa del patrimonio culturale a rischio. Il 16 febbraio scorso è stato firmato a Roma un Memorandum of Understanding tra UNESCO e Governo italiano per la formazione di un contingente di rapido intervento, il cui nocciolo è costituito dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale.

L’Italia sembra quindi avere un ruolo importante nel peacekeeping culturale?

Sicuramente. L’Italia ha avuto un ruolo di leadership in questa iniziativa, come è stato riconosciuto dalla stessa Irina Bokova. La valorizzazione e protezione del patrimonio culturale è un tratto distintivo dell’identità anche politica del nostro paese e la ‘diplomazia culturale’ è un elemento caratterizzante della nostra politica estera e di sicurezza. Dal punto di vista operativo, abbiamo molte e consolidate competenze, capacità ed expertise da poter mettere in campo. I già ricordati Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale sono considerati la più efficace forza di polizia militare al mondo in questo specifico settore, con importanti esperienze in teatri complessi come l’Iraq e il Kosovo.

Ma quali sono i possibili rischi dello schieramento di Caschi Blu della Cultura nelle aree di crisi?

Il principale pericolo è sottostimare i rischi del peacekeeping culturale e trattarlo come un’attività politico-militare minore. Al contrario, si tratta d’interventi altamente complessi, che richiedono sensibilità, addestramento e capacità (anche in termini di armamenti) adeguati per evitare gap tra gli obiettivi attesi e la realtà sul campo. Non dimentichiamoci inoltre che molti dei siti culturali oggetto degli attacchi dell’ISIS non sono soft targets, ma hanno anche un importante valore militare; trovare quindi un equilibrio tra gli opposti principi della ‘necessità militare’ e quelli della protezione culturale non sarà sempre facile. Il rischio più grave è tuttavia quello che il nemico cerchi di presentare, attraverso la propaganda, un intervento internazionale a favore della cultura e della civiltà come uno ‘scontro di civiltà’. In conclusione, il peacekeeping culturale è una novità sicuramente positiva nel panorama degli interventi internazionali a sostegno della pace e della sicurezza internazionale, ma presenta significativi rischi e possibili conseguenze inattese. E’ un’arma a doppio taglio, potenzialmente molto efficace, ma che deve essere maneggiata con grande cautela per evitare che il nemico la possa manipolare a proprio favore.

Per informazioni sulla Giornata ONU cliccare qui

 

 

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