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Giornata Mondiale contro la tratta degli esseri umani: l'intervento della Special Rapporteur Maria Grazia Giammarinaro

MsMariaGraziaGiammarinaro

31 lug - Ieri è stata la Giornata Mondiale contro la tratta di esseri umani, indetta dall'Assemblea Generale nel 2013 per aumentare la consapevolezza nei confronti di questo odioso fenomeno, che rimane al giorno d'oggi diffuso in tutto il mondo. Migliaia di persone sono vittime della tratta, per motivi che variano dallo sfruttamento sessuale al lavoro forzato. Per scoprire di più sulla Giornata, clicca qui.

Per questa importante occasione, UNRIC/Italia condivide con piacere l'intervento della Dott.ssa Maria Grazia Giammarinaro, Special Rapporteur dell’ONU sulla tratta di persone, in particolare donne e minori dal 2014, che ha una profonda consocenza dell'argomento, specie nelle sue ramificazioni che riguardano direttamente i paesi del Mediterraneo, Italia inclusa. 

 

In occasione della giornata internazionale contro la tratta, qual è il messaggio che vorrebbe fosse recepito dalla società e dalle istituzioni? Che cosa ancora non viene compreso?

Il trafficking - o tratta - significa iper-sfruttamento di persone vulnerabili, ed è quindi un fenomeno socialmente inaccettabile, prima ancora che un crimine. E’ una violazione dei diritti delle persone socialmente più deboli, quelle che non hanno nessuna di quelle protezioni alle quali tutte/i siamo abituati, e diamo per scontate: la nostra identità attestata dai documenti; le relazioni di famiglia e amicali; il cellulare, che significa la possibilità di comunicare anche con le persone lontane; il denaro e la carta di credito; la conoscenza della lingua  del paese in cui ci troviamo. Pensiamoci per un momento privi di tutto questo, e forse cominceremo lontanamente a capire la situazione di tante persone - per lo più migranti - che sono costrette ad accettare qualsiasi forma di sfruttamento, anche nelle condizioni più disumane e degradanti.

 

Si riferisce alle donne vittime di sfruttamento sessuale, come le ragazze nigeriane?

Si, mi riferisco a queste ragazze, spesso poco più che bambine, che vengono reclutate nei villaggi poveri e remoti dell’Edo State, terrorizzate con i riti juju e con minacce di morte verso le famiglie, e costrette a prostituirsi sulle nostre strade dalle cosiddette “maman”, che a loro volta si servono di gruppi criminali estremamente violenti per controllarle. Mi riferisco anche alle tante, tantissime vittime di sfruttamento lavorativo, uomini e donne, che lavorano per pochi euro nelle campagne, e vivono in situazioni disumane in baraccopoli isolate, prive di acqua e di servizi. Penso anche alle ragazzine che vengono portate in Europa dall’Africa occidentale, per ritrovarsi a essere schiave domestiche, costrette a mangiare i resti e ad essere a completa disposizione della famiglia 24 ore al giorno, talvolta senza la possibilità di dormire con ritmi regolari. Tutte queste forme di sfruttamento sono paragonabili alla tortura, e nei casi più gravi le vittime mostrano gli stessi sintomi e le stesse conseguenze psico-fisiche delle persone torturate.

 

Che rapporto c’è tra il trafficking e le ondate migratorie che oggi preoccupano il nostro Paese e l’Europa?

In due successivi rapporti al Consiglio Diritti Umani di Ginevra e all’Assemblea Generale dell’ONU, ho mostrato che tra migranti, richiedenti asilo e rifugiati vi sono molte vittime di trafficking. La ragione è chiara. Si tratta di persone che sono state costrette a lasciare il loro paese con tutta la famiglia. Hanno venduto tutto ciò che avevano per pagare un “passeur” che li facesse emigrare irregolarmente. Ma a metà del viaggio scoprono che tuti i soldi che hanno pagato servivano solo a finanziare la prima parte del viaggio. Infatti i trafficanti si approfittano di loro e della loro situazione di vulnerabilità. Si ritrovano in un paese non sempre amichevole, e devono sopravvivere, in attesa di poter riprendere il viaggio. Ecco la situazione tipica, nella quale sottomettersi allo sfruttamento può presentarsi come l’unica soluzione praticabile. Le donne provenienti dal Corno d’Africa o dalle zone della Nigeria controllate da Boko Haram, che cercano di sfuggire alle persecuzioni e viaggiano attraverso l’Africa e la Libia, diventano prede sessuali per trafficanti, miliziani e sfruttatori. Le donne e le ragazze che arrivano in Italia incinte sui barconi, sono state quasi sempre sottoposte a violenze inaudite.

 

Qualcuno dice che per combattere i trafficanti bisognerebbe bloccare i flussi dall’Africa Sub-sahariana verso la Libia.

Non è la prima volta che per giustificare politiche migratorie restrittive, o addirittura per cercare di bloccare i flussi migratori, si dice che questo serve a combattere i trafficanti. Ma è vero esattamente il contrario: più si aumenta il tasso di illegalità del viaggio e dell’ingresso, più le persone diventano prede inermi dei trafficanti. Per combattere il trafficking, la prima cosa da fare è aumentare le occasioni e i percorsi di migrazione regolare. In questo modo i/le migranti non avrebbero bisogno di rivolgersi ai trafficanti né di accettare forme di iper-sfruttamento per sopravvivere in una situazione di irregolarità.

 

E i minori non accompagnati?

I minori che viaggiano da soli devono essere protetti dallo Stato del paese in cui si trovano, prima di tutto in quanto minori. Qualunque decisione che li riguardi deve essere presa nel loro interesse. I rimpatri disposti senza un adeguato accertamento sulla situazione familiare e sociale, e sulla loro sicurezza, sono illegittimi. Come illegittima è la loro detenzione per ragioni di immigrazione irregolare. Per i bambini e ragazze/i potenzialmente vittime di trafficking, poi, l’attenzione deve essere ancora maggiore perché il rischio di ri-trafficking è altissimo, specie se vi è stato un coinvolgimento delle famiglie. Purtroppo, anche in questo campo, scontiamo le sciagurate conseguenze della Convenzione di Dublino, che obbliga i migranti a fare domanda di asilo nel primo paese di ingresso, ed autorizza i paesi in cui essi si recheranno più tardi, a rimandarli nel paese di ingresso.  Questi ragazzi spesso sono partiti con un investimento dell’intero nucleo familiare su un futuro migliore e più sicuro. Sentono su di sé una responsabilità enorme, e sanno che devono raggiungere un Paese nel quale talvolta si trova già una parte della famiglia allargata. Sanno che non devono essere identificati in Italia, perché altrimenti saranno poi rimandati qui, e perciò fanno di tutto per restare invisibili alle autorità. Questa situazione li rende vulnerabili a qualunque forma di sfruttamento, dallo sfruttamento sessuale, allo sfruttamento nel lavoro e nell’accattonaggio.

 

Che cosa si può fare per evitare che tante persone cadano nelle mani dei trafficanti?

Bisogna agire sempre di più sulla prevenzione. Il viaggio dei migranti e dei profughi attraverso la Libia e il Mediterraneo verso l’Italia è sempre più rischioso. La priorità è salvare vite umane. Dovremmo valorizzare quanto hanno fatto le organizzazioni non governative, che hanno oggettivamente svolto un ruolo di supplenza rispetto alle insufficienti iniziative europee. La verità è che grazie alla Guardia Costiera italiana e alle ONG molte tragedie sono state evitate. Ma i morti in mare sono ancora troppi, ed è insopportabile vedere quanto rapidamente queste tragedie vengano dimenticate. La seconda priorità è sottrarre profughi e migranti allo sfruttamento. Per fare questo, bisogna istituire delle procedure di ascolto subito dopo i salvataggi e gli sbarchi, ascoltare le storie di vita, e capire se si tratta di persone a rischio di trafficking. L’organizzazione Internazionale per le Migrazioni ha utilizzato degli indicatori di vulnerabilità al trafficking nelle interviste che effettua subito dopo lo sbarco, e ha individuato nel 2016 ben 8.277 potenziali vittime di tratta, oltre a 6.599 persone già trafficate durante il viaggio. Si tratta soprattutto di donne e ragazze nigeriane, ma si stanno monitorando anche altre nazionalità africane come quelle del Mali, Costa d’Avorio e Camerun. Le vittime di trafficking possono usufruire dell’assistenza prevista dall’art. 18 del T.U. Immigrazione. Le vittime potenziali dovrebbero ricevere un aiuto allo scopo di prevenire il trafficking e qualsiasi forma sfruttamento. Le misure di empowerment dovrebbero comprendere  un permesso di soggiorno temporaneo, l’assistenza sanitaria, l’apprendimento della lingua e un supporto nella ricerca di lavoro. Credo che l’Italia potrebbe essere un laboratorio per l’elaborazione di un modello di protezione preventiva che si aggiunga, come alternativa praticabile, ai canali dell’asilo e altre forme di protezione internazionale, di protezione per le vittime di tratta, e di protezione dei minori isolati. Con il contributo dell’ACNUR, l’agenzia dell’ONU per i rifugiati, gli operatori che esaminano le richieste di asilo si stanno attrezzando a riconoscere gli indicatori di trafficking. Questa buona prassi dovrebbe essere generalizzata.

 

E per quelli che vengono sfruttati sul lavoro?

Lo sfruttamento dei soggetti socialmente deboli, ed in particolare dei migranti, è talmente generalizzato e tollerato, che tutti dovrebbero fare la loro parte per far comprendere che questa situazione è invece anomala e intollerabile, e che lo sfruttamento deve essere sradicato. Oltre tutto, lo sfruttamento dei braccianti agricoli stranieri ridotti in schiavitù è nelle mani delle “agromafie” italiane e straniere, ed è una fonte inesauribile di profitti illeciti. Forse non tutti si rendono conto, ma di lavoro forzato si muore, e purtroppo di morti ce ne sono stati nelle nostre campagne, italiani e stranieri. Il sindacato CGIL dei lavoratori agricoli, la FLAI, sta facendo molto per organizzare i lavoratori e lavoratrici migranti. Anche le imprese devono fare la loro parte. Sto lavorando con alcune associazioni internazionali di imprese che hanno istituito codici di condotta e altre forme di autoregolamentazione, allo scopo di sradicare il lavoro forzato dalla catena del subappalto. Inoltre i network di aziende virtuose, che certificano il loro rispetto dei diritti dei lavoratori, possono essere una forza trainante se saranno preferite dai consumatori. Ma tutti questi strumenti devono diventare più diffusi ed efficaci. E’ compito degli Stati mostrare ciò che si aspettano dal settore privato,  e se necessario imporre alle imprese – e non solo in agricoltura -  il rigoroso rispetto della legalità, sicurezza e dignità del lavoro.  

SDG Poster 2018 2

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