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Giornata Mondiale della televisione: intervento di Giovanna Pancheri

Giovanna Pancheri

22 nov - Ieri è stata la Giornata Mondiale della Televisione, indetta dall'Assemblea Generale nel 1996 per aumentare la consapevolezza nei confronti di questo importante strumento. Per scoprire di più sulla Giornata, clicca qui.

Per questa importante occasione, UNRIC/Italia condivide con piacere l'intervento di Giovanna Pancheri, giornalista di SKY Tg24 e autrice del libro "Il buio su Parigi" nel quale ha raccontato la sua esperienza da corrispondente nel corso degli attentati di Parigi del 2015. 

Perché ha scelto il giornalismo televisivo?

Ho sempre pensato che la televisione ha un enorme potere quando si tratta di informazione.  Il racconto in diretta dà l’unica opportunità a chi segue di essere dentro gli eventi, di poterli vedere quando accadono con la guida di un reporter in grado di analizzare e raccontare quello che gli accade intorno. Non solo, mostrare il volto e le espressioni del protagonista di una storia aiuta chi guarda da casa ad immedesimarsi maggiormente e a poter sviluppare un’empatia e di conseguenza un interesse nei confronti di quanto viene raccontato. L’immagine nel racconto di una notizia può essere molto più incisiva di mille parole ecco perché credo profondamente nel valore educativo, formativo e informativo della televisione ed è importante celebrare questo suo aspetto come fate voi con questa giornata internazionale.

Parlando di questo, lei ha raccontato nel suo libro “Il buio su Parigi” edito da Rubbettino gli attentati in Francia e in Europa tra il 2015 e il 2016, ma nel suo libro si parla anche molto di televisione e del suo mestiere. Come si racconta in televisione il terrorismo e quanto peso ha questo racconto?

Per me personalmente è stata una grande sfida professionale. Da corrispondente per l’Europa e l’Unione europea mi ero confrontata principalmente con tematiche più istituzionali e improvvisamente a partire dal 2015 sono stata catapultata in un’Europa in guerra, perché così ho interpretato il mio lavoro in quei giorni. Era come fare i corrispondenti di guerra, ma nelle strade, nelle piazze, nei quartieri della tua casa, della tua vita quotidiana. Quello che ho provato a fare è stato anche in questo caso far parlare le immagini e le storie. Le storie delle vittime, della città incredula e della sua reazione. Mostrare il lutto, il cordoglio, le manifestazioni di solidarietà. Per i miei colleghi della carta stampata o dei digital media servivano accurate analisi o interviste per far capire ai propri lettori ad esempio come la comunità musulmana prendeva le distanze da quanto stava accadendo. A me bastava mostrare le tante ragazze velate che scandivano Je suis Charlie a Place de la République o l’iman che posa i fiori di fronte al Bataclan. Il messaggio che si può veicolare con la televisione è più immediato e diretto e tocca non solo le menti di chi guarda, ma anche le emozioni, ecco perché penso che il racconto televisivo abbia un peso importantissimo nell’aiutare lo spettatore ad avere una corretta percezione dei fatti aiutandolo ad andare oltre falsi pregiudizi o, peggio, spinte emulative grazie al prezioso ruolo di mediatore del giornalista. A differenza, infatti, dei video su internet, che come abbiamo visto dalle cronache recenti sono stati spesso e volentieri alla base della radicalizzazione di molti giovani europei, le news televisive possono portare a chi guarda anche il racconto delle conseguenze di determinate azioni, la testimonianza di chi rimane, dei famigliari delle vittime e questo può aiutare a smuovere le coscienze.

Crede a chi dice che la televisione ormai è morta, destinata, anche come mezzo di informazione, ad essere sostituita dai social media e da internet?

Anzitutto, io non credo nella contrapposizione tra il mezzo televisivo e le piattaforme social. Penso anzi che la vera sfida del futuro sia l’integrazione sempre maggiore fra questi due linguaggi. Grazie ai social, ad esempio, la televisione ha l’unica opportunità di passare dall’essere un media ‘passivo’, in cui chi guarda semplicemente viene sottoposto ad un determinato flusso di notizie e programmi, al trasformarsi in un media ‘attivo’, capace di interloquire con gli spettatori e di metterli sempre di più al centro anche dei propri palinsesti, avendo un riscontro immediato rispetto alla propria programmazione. Questa è un’opportunità che deve essere colta e dall’altra parte anche la televisione può essere e sarà a mio parere sempre più utile come strumento di informazione specialmente nell’era della comunicazione digitale per due ragioni: in un momento in cui si parla molto di fake news, l’informazione televisiva aumenta di valore e credibilità perché può fornire una verifica visiva e fattuale immediata di un determinato evento. Inoltre, e qui arriviamo al secondo aspetto che ho potuto percepire in modo lampante proprio raccontando il terrorismo in Europa, per quanto ormai la maggior parte delle persone, principalmente i più giovani nei paesi industrializzati si informino prevalentemente sul web, quando accadono eventi di grande portata  e di difficile comprensione, non si limitano a cercare, ad esempio, chi è collegato a Facebook Live laddove sta avvenendo  quel determinato attentato o è in corso un terremoto, ma accendono la televisione perché comunque si sente la necessità, quando ci si trova di fronte al caos di poter avere un racconto ordinato, preciso e obiettivo: si sente la necessità di capire e la televisione con la sua unica capacità di portarci dentro i fatti, mentre accadono con il prezioso ausilio di chi ha fatto dell’informazione una professione, è destinata a restare ancora a lungo, a mio parere, lo strumento più adatto per soddisfare questa necessità.

SDG Poster 2018 2

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