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Giornata Internazionale per le donne e le ragazze nella scienza (11 febbraio) - Intervista a Rita Biancheri, Professoressa dell'Università di Pisa

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9 feb - In occasione della Giornata Internazionale per le donne e le ragazze nella scienza dell'11 febbraio, UNRIC/Italia condivide con piacere il contributo della Dottoressa Rita Biancheri, Professoressa Associata di Sociologia dei processi culturali dell'Università di Pisa e responsabile del progetto TRIGGER su studi di genere e diritti delle donne.

Quali sono ancora gli ostacoli che frenano l’ascesa delle donne nei contesti accademici e scientifici?

Erik Erikson, psicologo e psicoanalista tedesco del ventesimo secolo (ndr), nel 1964 si interrogava su ciò che sarebbe avvenuto nella scienza se e quando le donne vi fossero rappresentate, non  solo con poche gloriose eccezioni, bensì nei ranghi dell’élite scientifica.  Ancora oggi attraverso i numeri non siamo in grado di rispondere al quesito in quanto, non solo nei ruoli apicali la presenza femminile è decisamente bassa, ma anche perché permane una consistente segregazione formativa nella scelta universitaria .

Il cambiamento lento e vischioso nell’acquisizione dei diritti da parte  delle donne, nonostante gli indiscussi rendimenti scolastici, mette in evidenza come  quella femminile sia una rivoluzione non solo silenziosa ma anche incompiuta.

Il cosiddetto “soffitto di cristallo” è ormai diventato un’atmosfera opprimente se non si eliminano quei fattori che ostacolano le carriere e pongono il problema solo in termini individuali, per cui le donne sono costrette ancora a scegliere  tra realizzazione professionale  o famiglia e figli.

Politiche sociali, modelli organizzativi del lavoro, condivisione del lavoro di cura sono tutti aspetti  rilevanti per aumentare l’occupazione e, di conseguenza, i tassi di fecondità; ma se non si superano stereotipi e pregiudizi e soprattutto non si interviene  sulle “forme” di produzione del sapere  e le rappresentazioni collettive dominanti, gli sforzi prodotti rischiano di continuare ad essere inefficaci.

Decodificare i presupposti sessuati di una scienza ritenuta neutra e oggettiva, mettere in luce le tensioni che intercorrono tra scienza, cultura e istanze sociali attraverso una continua interazione dialettica significa denunciare, come ha fatto il pensiero femminista, che le conoscenze “non sono la pura e semplice registrazione di un fatto naturale, ma l’esito di una negoziazione il cui risultato finale sta proprio nell’ apparire non costruito”.

Si tratta quindi di mettere in discussione il nucleo fondante della concezione scientifica, caratteristica della moderna cultura occidentale, significa confutare l’ideologia dell’oggettività, consentendo di far emergere i condizionamenti che le strutture simboliche esercitano sugli atteggiamenti intellettuali e, di conseguenza, sovvertire l’influenza dei ruoli sociali sulla produzione di scienza.

 In altri termini per eliminare le barriere che hanno arrestato l’ascesa delle donne, occorre richiamare l’attenzione sulle conseguenze positive di una presenza numerosa nelle professioni scientifiche, sull’indispensabile ripensamento delle categorie concettuali, degli strumenti e dei metodi di fare ricerca.

Quali sono in questa direzione gli obiettivi di Horizon 2020?

L’Unione Europea con il nuovo programma Horizon 2020 individua nel superamento delle diseguaglianze una questione strategica sia per l’importante ricaduta in termini di investimento sociale, sia  per le positive consegue che un’effettiva parità tra i generi può avere sulla crescita economica e il miglioramento della competitività. Il nuovo programma intende promuovere la parità di genere nella scienza, a tutti i livelli, non solo sostenendo con azioni diversificate la partecipazione numerica delle donne nei gruppi di ricerca; ma anche integrando la dimensione di genere nei contenuti delle discipline: dalle scienze della cultura alle scienze appartenenti all’area STEM. L’obiettivo è quello di sviluppare una strategia volta a favorire l’innovazione scientifica e le sue ricadute sociali.

Come si inserisce il progetto TRIGGER dell’Università di Pisa in questo contesto?

Il progetto TRIGGER (Transforming Institutions by Gendering contents and Gaining Equality in Reserach) anticipa questa strategia innovativa che integra la parità di genere nella ricerca, attraverso la promozione di gruppi multidisciplinari che permettano l’introduzione della prospettiva di genere anche nei contenuti della ricerca nell’area scientifica e tecnologica. Un cambiamento strutturale, affermato con forza negli obiettivi del nostro progetto europeo, come enuncia lo stesso acronimo:, in quanto lo scopo è proprio quello di innescare delle dinamiche in grado di permeare le scienze, cosiddette “dure”, e aprire a nuove prospettive, cambiando non solo i contesti organizzativi ma anche sensibilizzare alle conseguenze del cosiddetto tubo che perde cioè lo spreco di capitale umano che invece potrebbe tradursi in una maggiore efficacia nella ricerca e nell’innovazione.

Cosa è stato fatto per rendere visibili questi dati?

Per far sì che questi elementi siano sempre accessibili e visibili è stata realizzata una banca dati che offrirà un  monitoraggio costante delle carriere della nostra università, dati che saranno disponibili in un sito internet collegato ad un data base unitario dove si potrà verificare l’ampio fenomeno del leaky pipeline,  cioè molte più donne con la laurea e progressivamente sempre meno  già a partire dai dottorati di ricerca fino ad una percentuale del 17% per le professoresse ordinarie.  Saranno visibili anche le differenze di permanenze nei diversi ruoli, dove risulterà evidente lo svantaggio tutto femminile, ma soprattutto  emergeranno i maggiori ostacoli incontrati nei percorsi accademici per dare risposte efficaci e non solo numeri ad una possibile inversione di tendenza.

SDG Poster 2018 2

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